“Senti, Mentana, adesso m’hai rotto il cazzo” (A. Russo)

La foto qui sotto è tratta da una serie di 10 pubblicata da Foreign Policy sulla guerra. Da Un posto dove appendere il cappello, il blog di Lorenzo Cairoli.

Mi ha fatto ripensare ad Antonio Russo.

Antonio Russo non apparteneva all’ordine dei giornalisti: era un free-lance. Molto free. Il suo linguaggio scarno e crudo lo teneva lontano da ogni compiacimento: non c’era alchimia, non c’era narcisismo. Orgoglio sì, e tanto. Mai un recapito telefonico d’albergo. Ha sempre scelto di mescolarsi. “Sono a casa di amici, mi ospitano finche’ possono”. A volte al buio, come accadde a Prishtina: in tutto il Kossovo non c’era più un solo giornalista occidentale. Si era nascosto in una casa privata: i serbi sapevano di lui, ma non riuscivano a trovarlo. Tra un rastrellamento e l’altro, riuscì a scappare mescolandosi a una colonna di profughi kossovari, saltò su un treno e arrivò in Macedonia. Ma per lui, quella non poteva restare soltanto un’esperienza professionale: non ha mai voluto vendere il materiale che aveva raccolto e consegnato al Tribunale ad hoc sulla ex-Jugoslavia, per documentare la pulizia etnica dei generali di Milosevic.

NEAR GROZNY, CHECHNYA Photograph by Paul Lowe

VICINO A GROZNY, CECENIA, di Paul Lowe

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