Edoardo, o l’elogio del politicamente corretto…

Edoardo Luttwak non è uno che le manda a dire, lo sappiamo. Una bella intervista su Lettera43 ce ne da, se necessario, conferma:

R. Il 75% degli iraniani è contrario al regime, ma quando hanno fatto la loro rivolta, l’Onda Verde, sono stati soppressi con poco. Sono bastate un po’ di bastonate e sono andati tutti a casa. Hanno arrestato i loro leader e li tengono ancora in galera, senza che nessuno protesti. Questa non è una popolazione che fa paura ai governanti: queste sono pecore. E i governanti lo sanno.
D. Pecore non pare una definizione corretta per chi scende in strada, sfida il regime e si fa prendere a botte. Al posto di bollarli come pecore non andrebbero aiutati?
R. Invadere l’Iran può aiutarli, in effetti.

….

D. Di tutta la schiera dei candidati alla Casa Bianca, quanti sono pronti a tornare e a sostenere una politica così aggressiva?
R. Nessuno. Quella fase è finita. Tutti hanno capito che quando c’è l’Islam di mezzo è inutile bombardarli, è inutile aiutarli ed inutile usare metodi diplomatici.
D. Dunque?
R. Bisogna uscire dal Medio Oriente e concentrarsi sulla zona dell’Asia pacifica, dove la gente lavora e non va in giro con un asciugamano in testa e un lenzuolo sul corpo senza fare un cazzo. Nei Paesi del Pacifico asiatico ci sono amici, ci sono contendenti e ci sono competitori. In America tutti sono d’accordo sull’importanza di focalizzarsi su quest’area.
D. Abbandonando il Medio Oriente?
R. Nella zona islamica il sistema americano non funziona, perché loro non vogliono sviluppo.
D. Forse non vogliono lo sviluppo che l’America ha provato a imporre.
R. Il loro concetto di sviluppo è andare in moschea cinque volte al giorno con un asciugamano sulla testa, stando seduti sopra pezzi di petrolio e aspettando che gli stranieri vengano a fare per loro. Gli americani hanno capito che questo sistema non va bene.

R. In tutti questi anni l’America si preoccupava della produzione petrolifera solo per i suoi alleati, non per se stessa. Gli Stati Uniti importavano dal Canada, dal Messico e dal Venezuela. Nessuno in America ha mai fatto una guerra per il petrolio.
D. Non è facile dimostrarlo.
R. La guerra per il petrolio è una convinzione dei cretinetti della sinistra europea. Se l’America avesse combattuto per il petrolio si sarebbe occupata dei pozzi: nell’invasione dell’Iraq invece c’era un cospicuo disinteresse per i giacimenti. Non si son visti marine difendere pozzi e nessuna compagnia americana ha ottenuto concessioni.
D. Però ci hanno provato. E si puntava al business della ricostruzione.
R. La ricostruzione non è stata ancora fatta e, ripeto, non c’è nessuna concessione americana in Iraq: ci sono cinesi ed europei, ma non gli Usa. Quest’idea che gli americani fanno la guerra per il petrolio è una spiegazione da leninismo del 1921. Non c’era alcun interesse dietro a quella guerra.
D. E gli appalti, per esempio quelli della Halliburton di Dick Cheney, ex Ceo della società e vicepresidente Usa ai tempi della guerra?
R. Halliburton si occupava della logistica delle forze americane. Non aveva niente a che vedere col petrolio.
D. Qual era dunque il guadagno per gli americani per una delle guerre peggiori della loro storia?
R. Zero.
D. Zero?
R. L’illusione della democrazia. Tant’è vero che c’è stato un dibattito in Senato e io ho persino preso parola dicendo di non invadere l’Iraq perché non c’era alcuna chance che senza un dittatore le cose migliorassero. Un membro dell’Amministrazione mi disse: «Questo è razzismo». Io risposi: «No, è cultura». Ma all’epoca non si poteva discuterne. Ora si sa: da lì il rifiuto di intervenire in Siria e di non impegnarsi troppo in Medio Oriente.

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