La continuità è noiosa

Il Post dedica un pezzo a Peter Greenaway, in occasione dei suoi 75 anni. Un po’ regista, un po’ pittore… artista, certamente. Come certamente anticonvenzionale e particolarissimo il suo approccio all’arte, alla cinemaotografia, all’espressione in generale:

«Penso che nessun giovane cineasta agli inizi dovrebbe avere il permesso di usare una macchina da presa o una videocamera senza avere prima frequentato tre anni di una scuola d’arte»

La sua prima cosa che vidi fu “I misteri dei giardini di Compton House” e rimasi “spiazzato” da un film che sembrava non avere capo, o coda… lo rividi poco dopo come “The Draughtsman’s Contract” (Il contratto del disegnatore) in inglese e mi parve essere un altro film… fui folgorato. Mi accorsi con il tempo che non era la “lingua” del film, ero io che cambiavo e che riuscivo a cogliere spunti, riferimenti, omaggi e piccole perle “sparse” nel fim. Per non parlare delle straordinarie musiche di Michael Nyman che facevano da colonna sonora al film. O forse era il film a a fare da colonna visiva alle musiche…

L’ho rivisto, dopo molti anni, pochi giorni fa, a 35 anni dalla sua uscita e, purtroppo, il tempo si fa sentire… anche se il rigore cinematografico ed il fascino estetico rimangono.

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