La continuità è noiosa

Il Post dedica un pezzo a Peter Greenaway, in occasione dei suoi 75 anni. Un po’ regista, un po’ pittore… artista, certamente. Come certamente anticonvenzionale e particolarissimo il suo approccio all’arte, alla cinemaotografia, all’espressione in generale:

«Penso che nessun giovane cineasta agli inizi dovrebbe avere il permesso di usare una macchina da presa o una videocamera senza avere prima frequentato tre anni di una scuola d’arte»

La sua prima cosa che vidi fu “I misteri dei giardini di Compton House” e rimasi “spiazzato” da un film che sembrava non avere capo, o coda… lo rividi poco dopo come “The Draughtsman’s Contract” (Il contratto del disegnatore) in inglese e mi parve essere un altro film… fui folgorato. Mi accorsi con il tempo che non era la “lingua” del film, ero io che cambiavo e che riuscivo a cogliere spunti, riferimenti, omaggi e piccole perle “sparse” nel fim. Per non parlare delle straordinarie musiche di Michael Nyman che facevano da colonna sonora al film. O forse era il film a a fare da colonna visiva alle musiche…

L’ho rivisto, dopo molti anni, pochi giorni fa, a 35 anni dalla sua uscita e, purtroppo, il tempo si fa sentire… anche se il rigore cinematografico ed il fascino estetico rimangono.

Piano Phase

Kottke segnala il “ritorno” di  Steve Reich. Per me, che non avevo la minima idea di chi fosse è stata una scoperta. Inquietante. Reich esperimenta con la ripetizione di “suoni” uguali, ripetuti, con una leggera variazione di tempo. La versione “moderna” è la suoneria di uno smartphone:

Ma, ben prima, c’era stato “Piano Phase”…

Qui nella versione originale, per due pianoforti, eseguita dallo stesso Steve Reich:

la “cortesia di Kottke aiuta con un video che riproduce “visivamente” quello che accade “acusticamente”..