Grazie.

– Leave me alone.
– I cannot leave alone a soul in pain.
– Do you know who I am?
– That makes no difference.
– All men are equal in God’s eyes.
– Are they?
– Offer me your confession. I can offer you God’s forgiveness.
– How well are you trained in music?
– I know a little. I studied it in my youth.
– Where?
– Here in Vienna.
– Then you must know this.
– I can’t say that I do.
– What is it?
– It was a very popular tune in its day. I wrote it. Here, how about this? This one brought down the house when we played it… Well?
– I regret it is not too familiar.
– Can you recall no melody of mine? I was the most famous composer in Europe. I wrote 40 operas alone.Here! What about this one?
– Yes, I know that! That’s charming !
– I’ m sorry, I didn’t know you wrote that.
– I didn’t. That was Mozart. Wolfgang… Amadeus… Mozart.
– The man you accuse yourself of killing .
– You’ve heard that?
– Is it true?
– For God’s sake, my son…if you have something to confess, do it now.
Give yourself some peace.
– He…… was my idol, Mozart.

Questo breve scambio di battute avviene tra un prete e l’anziano Salieri all’interno del manicomio di Vienna. È una delle scene iniziali di “Amadeus” il film di Miloš Forman che nel 1984 mi ha aperto gli occhi (e soprattutto le orecchie) all’opera. Forman è morto ieri.

Ogni Don Giovanni, o Nozze di Figaro a cui assisto penso a lui. Ed a Peter Shaffer.

So rose the dreadful ghost, from his next and blackest opera.
There, on the stage, stood the figure of a dead commander.
And l knew, only l understood… that the horrifying apparition was Leopold, raised from the dead!
Wolfgang had summoned up his own father… to accuse his son before all the world!
lt was… terrifying and wonderful to watch.

And now…the madness began in me. The madness of a man splitting in half.
Through my influence, l saw to it… Don Giovanni was played only five times in Vienna.
But, in secret, l went to every one of those five. Worshipping sound l alone seemed to hear.
As l stood there, understanding how that bitter old man still possessed his poor son, even from beyond the grave… l began to see a way, a terrible way, l could finally triumph over God.

Caro amore, io sto con Maddalena

Mi schiero. E lo faccio in una posizione scomoda, contro il politically correct. Mi schiero, per quel che vale, con Maddalena Crippa nella vicenda che la vede crocifissa da tutti per una sua reazione sul palcoscenico…

Gruppo di non udenti in platea, Crippa allontana i traduttori e al Teatro di Roma è polemica

e giù addosso a Maddalena…

“comportamento irriguardoso” – “non ci saremmo mai aspettata una tale mancanza di sensibilità e di intelligenza civica”

Poi uno legge la replica:

quello che è successo ieri dipende come purtroppo sempre più spesso accade per una mancanza di organizzazione e di comunicazione. Il Teatro Argentina non può prendere iniziative di questo genere senza preventivamente avere il consenso degli spettacoli ospiti e dei suoi artisti. Io sono stata informata solo questa mattina della presenza dei traduttori simultanei e ho subito chiamato la direzione del teatro, mi è’ stato garantito che tale iniziativa non avrebbe arrecato disturbo allo spettacolo perché sarebbero stati posizionati di lato al palcoscenico. Invece una volta cominciato lo spettacolo i traduttori non solo erano sul nostro stesso palco ma molto più avanti di noi totalmente illuminati nel loro gesticolare così da rientrare completamente nel nostro campo visivo. Il mio lavoro richiede una concentrazione micidiale e per il rispetto di tutto il pubblico non accetto che questa venga in qualche modo compromessa.Io non ho strattonato le traduttrici le ho solo spostate più indietro. Se si fosse organizzata la cosa con la dovuta cura forse avremmo potuto fare una prova e trovato la giusta collocazione. Io avevo dopo il mio intervento in diretta comunque predisposto con i tecnici la possibilità nell’intervallo di riposizionare le luci sulla posizione più indietro delle traduttrici, per rendere possibile la continuazione del loro lavoro ma non è’ stato possibile per la vostra decisione di lasciare il teatro.

da Repubblica

Una strage

Chi viene voi adesso? Viene io!

Ieri, dopo un lunga malattia, sono scomparsi il Prof. Kranz, il Rag. Fantozzi Ugo, il Rag. Fracchia Giandomenico, una lunga serie di personaggi cinemtografici e teatrali, Paolo Villaggio. Ed un ex dipendente dell’Italsider di Genova.

Libera tutti (quasi, anzi pochi)

Da Il Post:

Il primo gennaio di ogni anno migliaia di libri, canzoni, film e altre opere creative diventano di dominio pubblico e possono essere quindi riprodotte liberalmente da chiunque a seconda della legge del proprio paese. Per questo motivo, il giorno è anche chiamato “Public Domain Day“.

Umberto, non te la prendere..

We would not die in that man’s company
That fears his fellowship to die with us.
Non moriremo in compagnia di quegli uomini
che temono di morire insieme a noi.

Le parole che Enrico V pronuncia nel monologo di San Crispiano (Atto 4, scena 3) mi vengpno in mente nel leggere la curiosa accoppiata nel catenaccio del titolo del Corriere.it di oggi in cui Umberto Eco, scrittore, storico, saggista e brillante erudito, si ritrova accanto al pur simpatico Carlo Pedersoli (in arte Bud Spencer), figura storicamente legata alle sberle ed ai fagioli.

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Il teatro travagliato (pt. II)

Nel parlare della chiusura del Gran Teatro di Roma (qui) non avevo riportato le risposte della gestione del teatro (non ce ne erano).

Adesso ci sono, prima la storia:

“Il Gran Teatro, è stato costruito a Tor di Quinto nel 2002 con l’utilizzo esclusivo di risorse private e dopo 9 anni è stato delocalizzato dal Comune di Roma nell’area assegnata a Saxa Rubra nel 2011. Tale spostamento, si è reso necessario in seguito ad un improvviso parere negativo della sovraintendenza archeologica, ed ha comportato ulteriori 700.000€ di investimenti, anch’essi sostenuti integralmente da imprenditori privati. L’area di Tor di Quinto è stata riassegnata in seguito per altre attività similari.”

poi l’attualità:

“I rapporti con l’amministrazione Comunale sono stati regolati sulla base di convenzioni nel pieno rispetto della normativa vigente. Nelle ultime settimane sono sorte improvvise problematiche di natura tecnica e amministrativa con il Municipio XV, il quale in un primo momento ha addotto ragioni tecniche di natura urbanistica, da loro stessi smentite in seguito, e successivamente ci ha intimato il pagamento di una indennità di occupazione di suolo pubblico su parametri palesemente errati e già formalmente contestati. A causa di queste divergenze, che comporterebbero un pagamento decuplicato della tassazione prevista, non ci viene rilasciata l’occupazione di suolo pubblico e, pertanto, l’ufficio spettacoli del Comune di Roma, malgrado le nostre reiterate istanze, non ha potuto emettere l’autorizzazione per lo svolgimento dei pubblici spettacoli”. (link)

Zio Remo

A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?
Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del “volemose bene e annamo avanti”, da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei “Sali e Tabacchi”, degli “Erbaggi e Frutta”, quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle…
Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione…
Me ne andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, della Circolare Destra, della Circolare Sinistra, del Vaticano, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti…
Me ne andavo da quella Roma degli attici con la vista, la Roma di piazza Bologna, dei Parioli, di via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte, quella dell’orchestrina a piazza Esedra, la Roma fascista di Piacentini…
Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Romacaput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell’Altare della Patria, dell’Università di Roma, quella Roma sempre con il sole – estate e inverno – quella Roma che è meglio di Milano…
Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai: quella Roma dei Gucci, dei Ianetti, dei Ventrella, dei Bulgari, dei Schostal, delle Sorelle Adamoli, di Carmignani, di Avenia, quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è una lira, quella Roma del “core de Roma”…
Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei “che c’hai una sigaretta?”, “imprestami cento lire”, quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, Me ne andavo da quella Roma dimmerda! Mamma Roma: Addio!

…e poi ce so’ tornato!

Remo Remotti

Remo Remotti con la sua “Me ne vado da Roma”, era lo staesso Remo che Checco Loy ricorda nella “ZIo Remo” con Massimo Altomare. Se ne è andato ieri da Roma. Stavolta non ci tornerà.