Burocrazia di livello assoluto

La storia dell’uomo vivo, dichiarato morto e che – per legge – deve rimanere morto.

Annunci

ascoltavo radio rock

…in machina, e mi ricordo la notizia di quell’episodio alla Sapienza, dai contorni ancora molto confusi, che avremmo imparato a conoscere come “Il Caso Marta Russo”.

Il Post lo ricorda e lo tratta con toni assai duri nei confronti della magistratura e degli inquirenti, ricordando le tante incongruenze e le forzature che segnarono il percorso delle indagini e del processo. Non ho certo io risposte da dare, e 20 anni dopo riesco solo ad avere una impressione meno “vaga” della devastazione che la morte di Marta Russo deve aver avuto sulla sua famiglia e su chi la conosceva.

…nel paese del melodramma, dove la giustizia si amministra in nome non già del popolo italiano ma delle vittime… (Guido Vitiello – Il Foglio)

Eppure, dopo 20 anni, ancora ricordo l’impressione di sdegno che mi suscitò il video dell’interrogatorio della Signora Alletto, lasciata dal magistrato da sola, con il cognato (ispettore), affinchè la convincesse ad avvalorare la tesi dell’accusa:

Mesi dopo sui giornali finirono alcune registrazioni degli interrogatori ad Alletto, dove si intuì che la procura aveva usato metodi intimidatori e sostanzialmente costretto Alletto a fornire loro qualche informazione per non essere accusata lei stessa dell’omicidio.

Posso solo ricordare: ricordare Marta Russo che è stata uccisa, ricordare un processo che sarebbe più comodo dimenticare.

La continuità è noiosa

Il Post dedica un pezzo a Peter Greenaway, in occasione dei suoi 75 anni. Un po’ regista, un po’ pittore… artista, certamente. Come certamente anticonvenzionale e particolarissimo il suo approccio all’arte, alla cinemaotografia, all’espressione in generale:

«Penso che nessun giovane cineasta agli inizi dovrebbe avere il permesso di usare una macchina da presa o una videocamera senza avere prima frequentato tre anni di una scuola d’arte»

La sua prima cosa che vidi fu “I misteri dei giardini di Compton House” e rimasi “spiazzato” da un film che sembrava non avere capo, o coda… lo rividi poco dopo come “The Draughtsman’s Contract” (Il contratto del disegnatore) in inglese e mi parve essere un altro film… fui folgorato. Mi accorsi con il tempo che non era la “lingua” del film, ero io che cambiavo e che riuscivo a cogliere spunti, riferimenti, omaggi e piccole perle “sparse” nel fim. Per non parlare delle straordinarie musiche di Michael Nyman che facevano da colonna sonora al film. O forse era il film a a fare da colonna visiva alle musiche…

L’ho rivisto, dopo molti anni, pochi giorni fa, a 35 anni dalla sua uscita e, purtroppo, il tempo si fa sentire… anche se il rigore cinematografico ed il fascino estetico rimangono.