Il Signor Pietro Mennea perdonerà la confidenza che mi prendo ma, nelle “nostre” epoche d’oro mi ha tanto entusiasmato da sentirlo come un “amico”. Qui leggete quel che ho scritto di Mennea e poi potrete apprezzare quanto egli sostiene circa la candidatura italiana alle Olimpiadi 2020:
«Guadagno privato con investimento pubblico. Ma le Olimpiadi ci sono ogni quattro anni, e se Roma salta quelle del 2020 non è che poi non le può più organizzare. Il problema, semmai, è ridiscutere quest’evento che dura appena quindici giorni. Rivederlo dalle fondamenta e ridimensionarlo, non essendo più associabile ad alcun valore di utilità sociale. Il gigantismo è la malattia che affligge da decenni i Giochi olimpici, e ha messo in ginocchio paesi come la Grecia, dopo Atene 2004. Non solo. La stessa Cina, per Pechino 2008, ha subìto una forte recessione e la svalutazione della moneta. Durante le Olimpiadi la Borsa ha perso il 50 per cento, gli 800 alberghi che aspettavano un milione di turisti hanno fatto un mezzo flop. A Barcellona, Olimpiade presa a modello da tutti, dall’86 al ’92 i prezzi delle case aumentarono dal 240 al 270 per cento. Soltanto Atlanta non ha pagato prezzi altissimi, e solo perché costruì pochissime strutture».
Da questo punto di vista Roma non potrebbe partire un po’ avvantaggiata?
«Parliamo allora di Tor Vergata. Che fine ha fatto? Ci vogliono 500 milioni di euro per realizzare il progetto: chi li tira fuori, da dove si prendono?».
Mennea, trent’anni fa, quando correva aveva di fronte, tra i dirigenti, Carraro, Pescante, Petrucci, Pagnozzi. Oggi, 2012, si occupano di Roma 2020 Carraro, Pescante, Petrucci, Pagnozzi…
«Tipico dell’Italia, purtroppo. Pensi che Sebastian Coe, ex campione del mezzofondo, è stato messo alla guida del comitato organizzatore di Londra 2012 a soli 45 anni. Che le devo dire? Nessuno discute la bravura dei nostri dirigenti. Ma forse ci toccherà vederli ultraottantenni ai Giochi del 2020 sempre attaccati alla poltrona…».
Qui il testo del Corriere.it